2 novembre: com’era una volta

Candela
Negli ultimi anni la festa di Tutti i Santi e dei Morti viene anticipata da Halloween, una sorta di carnevale in cui si indossano maschere tetre ed orripilanti, importato da oltre oceano

Decenni or sono, i riti che caratterizzavano le celebrazioni delle due ricorrenze erano diversi.

La novena dei morti cadenzava i giorni che mancavano al 2 novembre. La recita della novena avveniva di mattina presto, all’alba.

Di sera, poi, appena faceva buio, un signore andava in giro per le strade del paese portando con sé un campanello che faceva suonare ogni quattro o cinque passi. Quando le persone nelle proprie abitazioni udivano il suono del campanello, si facevano il segno della croce, avvertendo una indistinta paura – quasi si trattasse di un oscuro presagio – e recitavano una preghiera per i morti, provando un profondo sentimento di pietà per i defunti.

I bambini andavano in giro per le case chiedendo un’offerta (che consisteva, di solito, in fichi secchi, castagne o fave secche) pronunciando questa frase:

“Dàteme ne ceciuòtte, pe l’ànema de le muòrte”

I ragazzi, per creare un’atmosfera più suggestiva, si procuravano zucche non più buone per essere mangiate e le svuotavano. Vi intagliavano un volto con occhi, naso a forma di triangolo e bocca con grossi denti ben distanziati uno dall’altro ed accendevano una candela sotto ognuna di esse. Le lasciavano sulle finestre per tutta la notte. Il volto spettrale che avevano intagliato restava, così, visibile nel buio mentre la fiammella della candela accesa, all’interno, tremolava sinistramente ad ogni sbuffo di vento.

Per la Festa dei Morti si portavano candele al cimitero e si piantava la mertélla (forse piante di mirtillo) intorno alle sepolture. All’epoca non c’era la corrente elettrica così veniva acceso un cero magari utilizzando e mettendo assieme vecchi residui di cera trovati sulla tomba.

Il cimitero di San Lorenzo Maggiore si trovava dove ora sorge il centro polifunzionale (ex-macello). Per raggiungere il cimitero si scendeva per via Santa Maria e si attraversava un ponte che si trovava pressappoco davanti all’attuale municipio.

Alle ore 3 antimeridiane (prima dell’alba) del 2 novembre, ci si trovava nella chiesa di San Rocco dove celebrava le funzioni religiose don Peppe Lancia.

La chiesa di San Rocco si trova a circa 100 metri da piazza Antinora, salendo per via Capo (ora via Biondi). Veniva chiamata anche chiesa del Carmine perché lì si riuniva la Congregazione del Carmine e lì era conservata la Madonna del Carmine. Per inciso, nella chiesa di san Rocco era conservata anche la statua di San Stanislao ma non fu mai portata in processione a causa del suo rilevante peso (era costituita dalla statua del santo in piedi su una nuvola).

Nella chiesa di San Rocco veniva allestita una cascetellàna (“castellana”), costituita da una intelaiatura di legno a forma di parallelepipedo (grande più o meno come una bara), ricoperta da un drappo nero sul quale veniva posato un crocifisso di legno nero, di quelli che si reggono verticalmente.

Diverse persone si avvicendavano per intonare canti dedicati ai morti.

Le notizie che abbiamo fornito corrispondono ai ricordi di chi allora era adolescente per questo possono presentare delle inesattezze.

 

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