Articles by: Gaetano Ferrara

Esondazione del fiume Calore lungo la Valle Telesina

Esondazione del fiume Calore lungo la Valle Telesina

Esondazione del Calore lungo la Valle Telesina
(clicca per ingrandire)

Nella notte tra il 14 ed il 15 ottobre 2015 vi è stata pioggia incessante che ha provocato un ingrossamento del fiume Calore. E’ tracimato nelle zone basse della città di Benevento e in diversi punti del suo percorso lungo la Valle Telesina (probabilmente nei territori di Ponte, della Piana di San Lorenzo Maggiore, di Solopaca).
Pubblichiamo in questa pagina la foto dell’esondazione del fiume Calore lungo la prima parte del suo tragitto attraverso la Valle Telesina. La foto è stata scattata da San Lorenzo Maggiore nella mattinata del 15 ottobre.

 
Monsignor Giovanni Rossi da un profilo di Enrico Mandarini

Monsignor Giovanni Rossi da un profilo di Enrico Mandarini

Nel 2017 ricorreranno 150 anni dalla morte dell’illustre monsignor Giovanni Rossi, nato esattamente 230 anni or sono a San Lorenzo Maggiore. Il suo nome è familiare ai Laurentini perché a lui è stata intitolata la strada che da qualche decennio collega via Santa Maria a via Castagna, costeggiando a meridione il centro abitato del nostro paese.

Le informazioni che seguono, sono state tratte dal libriccino Elogio di Monsignor Giovanni Rossi  di Enrico Mandarini che è possibile scaricare direttamente cliccando sul link.

Nato nel 1785 a San Lorenzo Maggiore da Pasquale Rossi e da Angelarosa (o Angela Rosa) Bosco, per il suo animo buono e la propensione ad operare del bene, fu inviato dai genitori al Seminario di Cerreto.

“Dotato il Rossi di perspicace intendimento, di ingegno pronto, e di prodigiosa memoria, percorse ivi con alacrità l’arringo della bella letteratura.” (p. 6)

Non ancora ventenne si recò a Napoli per studiare filosofia, teologia, diritto civile e diritto canonico, medicina.

Quando rientrò a San Lorenzo Maggiore, volle diventare ecclesiastico e, ordinato sacerdote, divenne canonico della chiesa collegiale.
Per le sue grandi virtù, tuttavia, fu chiamato nel Seminario Telesino per insegnare “belle lettere”, filosofia e teologia morale.
Nel 1811 fu però richiamato a Napoli dove gli fu affidato il titolo di Custode della real Biblioteca (borbonica, oggi nazionale).
Si interessò di svariati argomenti e produsse una gran mole di scritti divenendo nel 1817 Scittore della medesima biblioteca.

Mostrò ineguagliabili capacità mnemoniche ed intellettive.

“Ma quello, che sembra quasi incredibile, è che nulla di quanto la gran mente del Rossi apprendeva dall’immensa lettura, a lui sfuggiva e dileguavasi. La sua prodigiosa memoria tutto riteneva: sicchè l’avresti udito non accennar soltanto il titolo dei libri, e i capitoli e le parti ch’essi contenevano, ma citarli eziandio senza errori e con precisione i paragrafi e le pagine, ove trattavasi di alcun particolar soggetto.” (p. 10)

Proprio in virtù di queste sue caratteristiche, nel 1826 gli fu affidato il compito di compilare un nuovo catalogo bibliografico. Il Rossi intraprese laboriosamente il compito, con impegno e sacrificio,  perfezionando il primo volume costituito da circa 500 pagine per le prime due lettere dell’alfabeto.

Pubblicò diversi testi sulle più svariate materie ma si distinse per aver risolto brillantemente una controversia tra Telese ed Alife a favore di Telese “per la precedenza del titolo nell’unione dei due seggi vescovili”, dimostrando che era sede vescovile già con Fiorenzo Telesino a partire dal V secolo, versione poi confermata dal cardinale Angelo Mai, allora Prefetto della Biblioteca Vaticana.
Il risultato di questi suoi studi vennero pubblicati nell’opera “Catalogo dei Vescovi di Telese”.

Il Rossi ha il merito di aver riscoperto la figura di Gualtieri da Ocre, Gran Cancelliere dei regni di Sicilia e Gerusalemme sotto diversi sovrani.

“Ricco, com’era il Rossi, di tanta dottrina, fu l’obbietto dell’universale estimazione di uomini dottissimi e di prestantissimi personaggi ancor d’oltremonte. I quali, nelle quistioni più ardue di filologia, di storia, di archeologia e di bibliografia, si facevano riverenti a lui per richiederlo di consiglio e di aiuto, onde, consultati i monumenti ed i libri dal Rossi additati, potessero poscia con maggior sicurezza proseguire nel cammino dei loro studi.” (p. 15)

In una lettera dell’abate D. Luigi Tosti Cassinese al quale furono richieste alcune notizie bibliografiche, scriveva da Montecassino:

“Nulla ho trovato per quanto abbia ricercato in Biblioteca. Ma a che cercare in queste parti? Avete Rossi nella Borbonica, e vi rivolgete a noi. Adite fontem” (p. 15)

Rossi fu nominato prima Bibliotecario, poi Prefetto della Biblioteca nazionale di Napoli.

Jacopo Morelli disse di lui: “di tanto si ricordava di quanto aveva letto e tanto letto aveva quanto trovavasi scritto” (p. 16)

Ottenne riconoscimenti sia dai Borbone, con l’onoreficenza dell’Ordine di Francesco I, sia da parte del neonato Regno d’Italia, insignito dell’ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (p. 17) e con l’invito da parte del generale Lamarmora, che in quei giorni reggeva la provincia di Napoli, a riordinare l’Archivio Farnesiano.

Ricevette altresì encomi ed attestati di stima da parte di Leone XII (p. 13), Gregorio XVI, Pio IX (p. 17).

Ebbe la nomina a membro di molte accademie italiane e straniere, divenendo anche presidente di alcune di esse.

“Donde avvenne che il suo cuore visse sempre infiammato di tanto amore per la sua terra nativa, che non vi fu opera di pubblica utilità, che il Rossi non procurò al proprio paese. Basti dire che la mercè di lui fu esso provveduto di una nuova e larga strada, che ora sì umilmente il congiunge con altri interessanti luoghi della Campania.
Opera ancora del Rossi si fu la conservazione dell’antica sede vescovile di Telese, ora stabilita in Cerreto, e che ottenne per le relazioni, in cui egli felicemente trovavasi con gli Esecutori del Concordato del 1818.
Ma come potrebbonsi con degna lode ricordare gli aiuti dal Rossi prestati ai Vescovi Telesini nell’esercizio del loro pastorale ufficio, quando essi medesimi lo avrebbero voluto vicino per loro collaboratore? Anche da lontano essi del suo consiglio si giovarono, a lui commisero i negozi più gravi e vollero soprattutto che gli studi sì letterari che scientifici del loro Seminario fossero dal Rossi diretti.” (p. 18)

Morì il 30 marzo del 1867.

“La sua terra nativa fu anche sollecita di rendergli un tributo di amore e di gratitudine, celebrandone nel decimoquarto giorno dopo la sua morte con solenne pompa i funerali.” ( p. 19)

 
Laurenzèlla

Laurenzèlla

Laurenzèlla era un gioco che si inscenava nelle occasioni in cui era presente un cospicuo numero di giovanotti. Consisteva nel rappresentare una scena campestre incentrata sulla presenza di tre attori.

Un ragazzotto faceva la parte del proprietario di un fondo agricolo, con un cappellaccio in testa ed un bastone in una mano, mentre un secondo ragazzo rappresentava il suo interlocutore. Chi assumeva il ruolo di “padrone”, si atteggiava mettendo in risalto in modo grottesco le caratteristiche proprie dei possidenti. Con il bastone vergava sul terreno la piantina del fondo agricolo di cui fingeva di essere il proprietario. Ne disegnava i confini spiegando al suo interlocutore ogni particolare della mappa che andava tracciando.
Nel frattempo un terzo ragazzo si metteva uno scialle intorno alle spalle ed un fazzoletto sulla testa magari portando un cesto (ne panàre) sotto un braccio ed impersonava una popolana, Laurenzèlla, che tornava dalla campagna. Ad un certo punto Laurenzèlla, appena vedeva i due uomini, tirava un sospiro profondo e si buttava a terra, supina. Dopo aver assistito a questa scena, i primi due ragazzi si accostavano a Laurenzèlla e formulavano la domanda di rito: “che le sarà successo?”. Seguiva immancabile la constatazione del “padrone” che pontificava: “pe cadì ‘ntèrra accussì, è stàta vasàta pe la vìa” cioè, “per cadere a terra in questo modo, è stata baciata durante il tragitto”.

Il compito successivo era scoprire chi l’aveva baciata. I ragazzi presenti si avvicinavano, uno alla volta, e si chinavano (forse inginocchiandosi) accanto a Laurenzèlla e formulavano la domanda rituale: “So’ stàte fòrze ìe?” (“Sono stato forse io?”).

Laurènzella poteva rispondere in modo affermativo o meno. Probabilmente in qualche occasione titubava, per ispirare battute e lazzi da parte dei presenti, tuttavia tutto era lasciato al suo arbitrio. Se rispondeva “no”, allora il ragazzo chinato si rialzava e si allontanava, lasciando il posto ad un altro ragazzo. Se la risposta, era “sì, si stàte tu”, allora gli astanti – mettendo fine al gioco e facendo “saltare” la rappresentazione – cominciavano a prendere a botte colui che era chinato su Laurenzèlla, ovviamente con colpi che non avevano lo scopo di procurare danni reali al malcapitato. Come in ogni gioco “di mani”, tuttavia, vi era una crudeltà intrinseca, una malizia strisciante per cui, se il malcapitato era un ragazzo forte, con un certo prestigio, in grado di sapersi difendere e magari di vendicarsi in una futura prossima occasione, allora a lui erano riservati colpi “rispettosi” e più o meno “rituali”. Se invece il malcapitato era un bonaccione che non godeva di grande considerazione perché incapace di farsi valere, allora a lui venivano assestati colpi poderosi, inferti anche con cattiveria e violenza.

E’ facile immaginare come tutta la rappresentazione del gioco lasciasse spazio a motti più o meno allusivi soprattutto in un contesto in cui – immaginiamo – il consumo di vino predisponeva tutti gli astanti ad un atteggiamento licenzioso.

La scena rappresentata dava l’occasione a singoli individui di mettersi in mostra primeggiando grazie al proprio carattere spigliato e guascone e creava una pubblica gogna dove angariare i ragazzi meno smaliziati.

Il gioco creava una tensione in coloro che andavano a chinarsi aspettando proni il responso di Laurenzèlla. In quella posizione, infatti, era difficile potersi difendere dai colpi degli astanti e quindi si era vulnerabili ed esposti alle loro percosse.

Nelle scene rientravano i temi eterni del fondo agricolo e dell’aspirazione a possederne uno, del lavoro nei campi, delle donne che andavano a lavorare e il gioco nascondeva non tanto velatamente la cupidigia che il maschio provava nell’immaginare belle fanciulle ritornare da sole al paese.

 
Recensione del libro “Mi toccò in sorte il numero 15″ di Carlo Margolfo

Recensione del libro “Mi toccò in sorte il numero 15″ di Carlo Margolfo

Il libro raccoglie i ricordi del bersagliere Carlo Margolfo che – essendo originario ed abitando a Delebio, in provincia di Sondrio – iniziò il suo servizio militare nel 1858 nell’esercito austro-ungarico per poi passare, agli inizi dell’autunno del 1859 (dopo la cessione della Lombardia da parte dell’Austria), nell’esercito Piemontese.

Dopo aver raccontato brevemente i mesi trascorsi in Piemonte ed in Emilia, comincia a narrare la sua lenta discesa lungo lo stivale iniziata nel settembre del 1860, prima attraversando la Romagna, poi penetrando nelle Marche, entrando trionfalmente a Pesaro. Margolfo narra la sua partecipazione alla battaglia di Castelfidardo (18 settembre) ed il suo ritorno ad Ancona per dare l’assalto alla Cittadella, prendendo posizione all’interno del Lazzaretto costruito proprio in mezzo al porto.

Continua il suo racconto riportando alla memoria l’attraversamento dell’Abruzzo e finalmente l’ingresso ad Isernia, l’incontro con le prime bande di briganti, le visite di Cialdini e di Vittorio Emanuele II al campo, l’incontro di Teano e quindi l’assedio della fortezza di Gaeta durato per diversi mesi fino a quando – nel febbraio 1861 – non avvenne l’esplosione della polveriera di Sant’Antonio e, nei giorni successivi, di altri depositi di munizioni. Margolfo era lì e ci fa rivivere i vari episodi che cadenzarono la definitiva sconfitta delle truppe napoletane nella strenua difesa del trono di Francesco II di Borbone. Narra della capitolazione della fortezza di Gaeta, dovuta alla diffusione del tifo tra i soldati borbonici nonché ai pesanti danni causati dal cannoneggiamento delle truppe Piemontesi. Racconta di quando Francesco II e Maria Sofia salirono su un’imbarcazione e partirono per l’esilio.

Margolfo, quindi, viene trasportato a Messina e vi resta sino alla capitolazione della Cittadella, poi ritorna a Genova imbarcandosi su diverse navi ed affrontando anche il rischio di un naufragio, per poi essere inviato di nuovo a Napoli e quindi a Capua.

Dopo questo epilogo delle operazioni strettamente militari da parte dell’esercito sabaudo, narra della variazione della missione, di quando viene impiegato per la repressione del brigantaggio. Racconta delle perlustrazioni, degli scontri armati con i briganti, del cauto avvicinamento, con i fucili spianati, ai paesi in cui si sospettava vi fossero dei briganti, del suo incontro con Pinelli e della disinvoltura con cui questo generale ordinava fucilazioni.

In queste operazioni per la repressione del brigantaggio, Margolfo si trova ad essere uno dei cinquecento bersaglieri che, agli ordini di Pier Eleonoro Negri, eseguono la rappresaglia a Pontelandolfo il giorno 14 agosto 1861. Il suo racconto è crudo e sconvolgente tuttavia il narratore non mostra particolare empatia per la fine dei poveri diavoli a cui lui ed i suoi commilitoni danno il supplizio e la morte. Riesce a giustificare a se stesso la necessità di quella punizione esemplare e conserva sempre un distacco emotivo da tutto ciò che di orribile gli capiti attorno, sia nelle battaglie contro eserciti nemici, sia nel momento in cui fa strage di civili inermi, assieme ai suoi compagni d’armi.

Ripercorrendo quelle che furono le tappe successive delle sue marce, accenna anche al passaggio per San Lorenzo Maggiore della colonna di bersaglieri della quale faceva parte (a p. 57):

L’indomani, sabato 17, alle ore 6 di sera siamo partiti in un bosco lungo e largo più di 30 chilometri, e siamo giunti in Castelpagano, e via via, di nuovo, marce sopra marce, passando di S.Luca [S. Lupo], S. Lorenzo [S. Lorenzo Maggiore], e di nuovo Pontelandolfo, il quale lo vidi di nuovo dopo l’incendio: quale rovina si vedeva!.

Conclude il suo diario raccontando di quando venne richiamato dopo il primo congedo (ottenuto nel 1864) per prendere parte alla Terza Guerra d’Indipendenza (1866) e del successivo congedo “assoluto” ottenuto nell’anno 1869.

Il libro può essere scaricato in versione pdf sul sito www.pontelandolfonews.com al link www.pontelandolfonews.com/index.php?id=629

 

Recensione di Repubblica Partenopea e Brigantaggio (1984) di V. Mazzacca

Repubblica Partenopea e Brigantaggio di Vincenzo Mazzacca
Il libro di Vincenzo Mazzacca (del 1984) tratteggia in modo puntuale eventi documentati accaduti nel comprensorio di Guardia Sanframondi, San Lorenzo Maggiore, San Lupo, Pontelandolfo e comuni limitrofi in corrispondenza di due momenti critici della storia del Regno di Napoli (fino al 1816) e del Regno delle Due Sicilie (dal 1816 in poi).
Repubblica Partenopea e Brigantaggio di Vincenzo Mazzacca

Il primo lasso di tempo preso in considerazione e’ quello a cavallo del 1799 in cui, anche nei paesini, i giacobini filofrancesi sostenitori della Repubblica Partenopea ed i legittimisti filoborbonici si fronteggiavano a volte su questioni di carattere simbolico, quali la presenza dell’albero della liberta’ nella piazza principale del paese, alle quali tuttavia corrispondevano contrapposizioni di classe, politiche ed economiche all’interno della stessa comunita’. Molti dei documenti pubblicati sono inediti.

Il secondo periodo preso in considerazione e’ quello immediatamente successivo al compimento dell’unita’ d’Italia con la ricostruzione di numerosi episodi di brigantaggio con rilevante supporto bibliografico e documentale.

Gli episodi relativi sia al periodo della Repubblica Partenopea che al periodo dell’unificazione italiana vengono opportunamente ed esaurientemente contestualizzati nello scenario storico-politico-sociale di riferimento.

Da rilevare la presenza di un capitolo che riporta le confessioni di Maria Carolina d’Absburgo [sic] in punto di morte.

(Vincenzo Mazzacca, Repubblica Partenopea e Brigantaggio, Gennaro Ricolo Editore, Benevento, 1984).

 

Convegno su Machiavelli

Convegno su Machiavelli
25 gennaio 2014, ore 18:30, presso la Sala Polifunzionale, San Lorenzo Maggiore: Convegno su Machiavelli organizzato da Associazione Culturale Teatrale “A. Lamparelli” e Associazione Culturale “Telesia Terme Poesia”

 

Associazione Culturale Teatrale “A. Lamparelli”
Associazione Culturale “Telesia Terme Poesia”
Presentano
il convegno dal titolo
IL PRINCIPE E IL SUO TEMPO
nell’ambito delle celebrazioni del cinquecentennale
della pubblicazione de “Il Principe” di Niccolo’ Machiavelli (1513-2013)
25 gennaio 2014 – ore 18:30
Sala Polifunzionale – San Lorenzo Maggiore (BN)
Saluta:
Dott. Adriano De Libero
Presidente Associazione Lamparelli
Relazioneranno:
Dott.ssa Maria Grazia Sauchelli
sul tema “Una lunga esperienza delle cose moderne e una continua lettura delle antiche. Il quotidiano e la storia nel Principe di Machiavelli”
Prof. Ennio Cicchiello
sul tema “Rileggere il pensiero politico di Niccolo’ Machiavelli, tardito e frainteso dalla tradizione”
Avv. Romolo Zarro
sul tema “Machiavelli, profeta dell’unita’ italiana”
Prof. Avv. Luigi Barbieri
docente di diritto canonico presso l’univesita’ di Teramo sul tema “Il Machiavelli cristiano: Luigi Sturzo”
Modera:
Dr. Mimmo Ragozzino
Giornalista – Corrispondente ANSA
 

Un emigrante dal Sannio a via Gluck – Ennio Cicchiello

Un emigrante dal Sannio a via Gluck - Ennio CicchielloIl prof. Ennio Cicchiello ci sorprende ancora una volta con la pubblicazione di un nuovo libro, la cui presentazione avverrà martedi’ 6 agosto 2013 al ristorante Il Cuoco di Bordo alle ore 19:30.

Il libro questa volta e’ un romanzo ispirato alla storia professionale ed umana di Vittorio Conti, emigrato a Milano in cerca di fortuna e ritornatone dopo alcuni decenni portando con se’ un grosso bagaglio di esperienze e competenze nel settore della ristorazione. Trasferitosi a vivere nuovamente a San Lorenzo Maggiore, apri’ il ristorante Il Cuoco di Bordo.

Un emigrante dal Sannio a via Gluck - Ennio CicchielloTratto dalla quarta di copertina del libro:

Il romanzo narra la storia di un emigrante, evidenziandone gli stati d’animo, le sofferenze, il disagio che deve sopportare ogni persona che lascia la propria casa, il proprio paese.

La storia del protagonista vuole sancire che nessuno vuole andare via da casa propria, a meno che non lo faccia per divertimento.

Il distacco dal proprio ambiente, dagli amici, dai parenti, dalle proprie tradizioni e dalla propria cultura è l’aspetto più doloroso dell’emigrante, anche se molti ritengono che l’aspetto economico prevalga su tutte le altre motivazioni.

L’emigrante soffre quando parte dal suo territorio perché sono lacerati i suoi affetti, soffre ancora di più quando arriva nel posto di emigrazione perché è rifiutato. è solo tra la folla, anche dopo lunga permanenza è guardato con sospetto.

Presentazione del libro da parte dell’autore:

 
La Valle Telesina coperta da un mare di vapore

La Valle Telesina coperta da un mare di vapore

Il 18 dicembre 2012 abbiamo assistito ad uno spettacolo irripetibile. Abbiamo scattato alcune foto per condividere l’emozione che abbiamo provato con chi vive lontano dal nostro paese.

 

Ennio Cicchiello sarà l’ambasciatore della Biblioteca del Sannio – Biblos

Biblos - La Biblioteca del Sannio Sabato 20 ottobre 2012 alle ore 18:30, si terrà la Cerimonia di Inaugurazione della Bibioteca del Sannio presso il palazzo del Genio a Cerreto Sannita. Alla cerimonia parteciperà anche il noto sociologo e giornalista Roberto Gervaso.
In tale occasione verrà conferito al prof. Ennio Cicchiello il titolo di Socio Onorario dell’Associazione Culturale “La Biblioteca del Sannio” e lo stesso prof. Cicchiello riceverà la nomina di Ambasciatore di Biblos – La Biblioteca del Sannio.

 

Bruma nella Valle Telesina

Nebbia lungo la Valle Telesina
4 settembre 2012, ore 7:30 – la bruma che si distende languida lungo la Valle Telesina e vi indugia come un lungo fiume di vapore, prima di diradarsi ai raggi del sole.

Nebbia nasconde Benevento
Bruma indugia lungo il corso del fiume Calore
Nebbia tra le valli di San Lorenzo Maggiore
Nebbia lungo il fiume Calore
Nebbia nella Valle Telesina
Bruma nella Valle Telesina