Articles by: Gaetano Ferrara

Film “Maddalena”

Marta Toren
Il film Maddalena del 1953 fu girato tra Guardia Sanframondi e Cerreto Sannita. Protagonisti del film furono Gino Cervi e Marta Toren, la bella attrice svedese morta prematuramente nel 1957 a soli 31 anni

Maggiori informazioni sul film si possono trovare sulla scheda del film su WikipediA all’indirizzo
http://it.wikipedia.org/wiki/Maddalena_(film)

Secondo alcune testimonianze orali, alle riprese parteciparono anche comparse laurentine.

Sarebbe davvero interessante procurarsi una copia del film e proiettarlo magari invitando gli anziani del paese ad assistere allo spettacolo: probabilmente riconoscerebbero tra le comparse qualche persona del paese o addirittura un proprio parente.

Il cast del film Maddalena in un incontro presso la Società Operaia di Cerreto Sannita
Il cast del film Maddalena in un incontro presso la Società Operaia di Cerreto Sannita. Si può riconoscere l’attore Gino Cervi, divenuto noto al grande pubblico per aver interpretato il personaggio di Peppone nei film della serie don Camillo e Peppone tratti dalle storie di Guareschi.

Le foto di questa pagina sono state ricavate dall’immagine pubblicata all’indirizzo:
http://it.wikipedia.org/wiki/File:Cast_Maddalena_-_Cerreto_Sannita.jpg

Ringraziamo Romeo Ferrara per le preziose informazioni che ci ha fornito.

 

Viale dei Platani

Viale dei Platani
Pubblichiamo foto del Viale dei Platani (via Palazzese) scattate nell’autunno del 2009. Il viale, in dialetto laurentino, viene chiamato sott’à le chiànte

La canonica
La canonica
Viale dei Platani
Viale dei Platani
Viale dei Platani
 

La séta e la farina

Macina
La vrénna1, cioè la crusca, si otteneva cernènne la farina, ossia facendola passare attraverso il vaglio, chiamato in dialetto séta2

Dalla farina setacciata si ottiene la crusca (il residuo più grosso che resta nel vaglio) e poi il “fiore”, cioè la farina che ha attraversato le maglie del vaglio.

Quando si entrava in un negozio si chiedeva il “fiore” indicando il tipo: 0 (zero) oppure 00 (doppio zero), quest’ultimo era costituito da farina più fine e bianca.

A San Lorenzo Maggiore, durante la guerra, vi erano quattro mulini, tutti gestiti dai membri di una stessa famiglia. Erano tutti posizionati lungo il corso del torrente Ianara. Ancora oggi è possibile vederne i ruderi. Utilizzavano l’acqua del torrente per far girare le possenti macine.

Vi è una strada, via Molino o Molini, che nella toponomastica ricorda il ruolo che ha assolto per diversi decenni, cioè di percorso attraverso il quale avveniva il transito per recarsi verso i mulini.

Durante la guerra, di sera, si apponevano i sigilli ai mulini e venivano tolti la mattina presto poiché vi era un limite alla quantità di grano che poteva essere macinato.

Periodicamente poi, degli scalpellini dovevano rendere nuovamente ruvide le superfici delle mole di pietra perché, col loro lento girare, si consumavano diventando lisce e quindi non più adeguate per assolvere al loro compito di frantumare i chicchi di cereali.

Per macinare i cereali si usavano più spesso due macine in pietra sovrapposte. La macina superiore era forata e girava su quella inferiore. I chicchi di cereali cadevano nel foro della macina superiore e venivano frantumati.

Ringraziamo Romeo Ferrara per le preziose informazioni che ci ha fornito.

La foto riportata in alto è stata scattata all’incrocio tra Castelvenere e Guardia Sanframondi.

 


1 Nella nostra arbitraria trascrizione della pronuncia del dialetto laurentino, la “e” si pronuncia solo se accentata (“é” chiusa come nella parola “perché” oppure “è” aperta come nella parola cioè).
2 La séta veniva usata per la coscinomanzia, ossia la pratica della divinazione attraverso l’uso di un setaccio. Si infilava un paio di forbici nel bordo di legno del setaccio in modo che puntassero verso il centro dell’oggetto, poi reggendo le forbici con i due indici (posizionati sotto i cerchi destinati ad accogliere le dita), si poneva alla séta un quesito con questa formula: “Séta, setélla, dimme la veretà, …” e quindi veniva formulata la domanda. Se la seta ruotava verso destra voleva dire “sì”, se invece ruotava verso sinistra voleva dire di “no”.

 

L’asìle sott’à l’urme

Edificio dell'asilo
L’edificio ritratto nella foto si trova in Largo di Corte e viene comunemente chiamato l’asìle. Davanti ad esso ci sono due brevi rampe di scale speculari attraverso cui si accede alla porta d’ingresso.

Senza poter fornire indicazioni cronologiche, possiamo ripercorrere le varie destinazioni dell’edificio riferendoci alle memorie di chi è avanti con gli anni e alla tradizione orale.

Originariamente l’edificio era un ospedale, poi si trasformò in un carcere, poi nella casa del fascio, quindi nel dopolavoro, poi in un asilo nido ed infine fu dato in fitto ad un privato. Attualmente è ritornato nella disponibilità della Parrocchia alla quale apparterrebbe ed ora viene offerto in particolari occasioni ad associazioni per incontri, riunioni e mostre.

L’asilo, era il luogo in cui, durante il fascismo, si raccoglieva l’oro, il rame e la lana “per la patria”. La raccolta avveniva nei locali a piano terra che si affacciano su via Mulino. A tal uopo, arrivava un incaricato da Guardia Sanframondi che, in particolare, prendeva le pentole di rame consegnate dai cittadini e le bucava con uno scalpello in modo che non potessero essere più utilizzate.

Secondo alcuni racconti, prima della seconda guerra mondiale (a cavallo degli anni ’20 o prima?) vi erano stati rinchiusi prigionieri austriaci.
Siccome i carcerieri non avevano cibo da dare ai prigionieri, li portavano in campagna a lavorare così il padrone delle terre almeno provvedeva a sfamarli.

La foto pubblicata in calce è di Lorenzo Ferrara.

Edificio dell'asilo in piazza Largo di Corte

 

Risultati Elezioni Europee 2009

Bandiera dell'Europa
Sono stati pubblicati su siti istituzionali i dati relativi alla consultazione elettorale del 6 e 7 giugno 2009. Potete vedere i dati sull’affluenza e sui risultati per ogni formazione politica.

 

Processione della Madonna della Strada

Madonna della Strada
Pubblichiamo alcune foto della Processione della Madonna della Strada del 7 giugno 2009, mentre attraversava Largo di Corte e via Pendino


Processione della Madonna della Strada
Processione della Madonna della Strada
Processione della Madonna della Strada
Processione della Madonna della Strada
Processione della Madonna della Strada
Processione della Madonna della Strada
Processione della Madonna della Strada
Processione della Madonna della Strada
Processione della Madonna della Strada
Processione della Madonna della Strada
Processione della Madonna della Strada
Processione della Madonna della Strada
 

Peparuóle ‘Mbettìte (Peperoni Imbottiti)

Peperoni imbottiti
Uno dei piatti tradizionali di San Lorenzo Maggiore sono i peperoni imbottiti. Si cucinano soprattutto in estate nel periodo compreso tra la festa della Madonna della Strada (inizio giugno) e la festa patronale di San Lorenzo Martire (metà agosto)

 

Ingredienti:
– olio extravergine d’oliva;
– sale;
– aglio;
– una pagnotta di pane da 2 Kg, di almeno 3 giorni;
– una trentina di peperoni dolci grandi (rossi o gialli);
– pomodori;
– formaggio pecorino grattugiato.
La quantità di ogni componente varia a seconda della sensibilità di chi prepara la ricetta.
Si usa fare “a uocché” cioè facendosi guidare dall’esperienza.
Preparazione:
Pulite e lavate i peperoni senza tagliarli, lasciandoli integri, tirando via il picciòlo e facendo attenzione a tirare fuori tutti i semi.
Sbriciolate la mollica del pane e mettetela in un recipiente abbastanza capiente. Versate olio extravergine di oliva, sale, formaggio pecorino grattugiato, pomodori tagliuzzati, aglio tritato.
Amalgamate bene, poi con l’impasto riempite un peperone alla volta, lasciando che l’impasto di pane fuoriesca dal peperone per circa mezzo centimetro, praticando un piccolo taglio invisibile sulla punta del peperone in modo che l’aria possa fuoriuscire (altrimenti, durante la cottura, la pressione dell’aria all’interno del peperone può spingere fuori l’impasto di pane).
Quando avete riempito tutti i peperoni, versate dell’olio extravergine di oliva in una padella abbastanza larga, mettetela sul fuoco e fate arrivare a temperatura.
Cuocete 6-8 peperoni per volta, prima poggiandoli nella padella con la punta verso l’alto in modo che l’apertura da cui avete inserito l’impasto di pane finisca nell’olio: in questo modo l’olio bollente indurisce l’impasto di pane che fuoriesce appena, facendone una sorta di tappo. Quando si è formato questo “tappo”, calate i peperoni nell’olio bollente per la loro lunghezza ed ogni minuto girate ogni peperone dall’altra parte in modo che la cottura sia uniforme.
Lo spessore della parete del peperone deve assottigliarsi fino a divenire una sottile pellicola colorata (e magari un po’ bruciacchiata) che ricopre il pane racchiuso all’interno. Allora tirate fuori i peperoni dalla padella, uno per volta, facendo attenzione a che non si rompano (quindi usando un adeguato strumento da cucina, evitando di usare forchette e forchettoni).
Disponete i peperoni in un piatto con della carta assorbente sulla base. Potete disporli a raggiera in diversi strati, con la punta verso l’interno del piatto, oppure farne un muretto, dispondendoli in parallelo. L’importante è che non siano poggiati a casaccio l’uno sull’altro altrimenti possono rompersi facendo fuoriuscire il loro contenuto.
Quando consumarli:
I peperoni imbottiti non si mangiano caldi. Lasciateli raffreddare e consumateli dopo una decina di ore.
Se li conservate in frigo, tirateli fuori 2-3 ore prima di mangiarli in modo che possiate consumari “a temperatura ambiente”.
Varianti
Ci sono anche delle varianti nella ricetta. Ad esempio si possono aggiungere delle alici oppure aggiungere all’impasto anche delle uova. Io, tuttavia, per tradizione familiare, preferisco la ricetta riportata sopra.
Qualcuno incomincia a cucinare i peperoni imbottiti al forno, poggiandoli su una teglia ricoperta con carta da forno.
L’impasto di mollica di pane è buono anche da mangiare da solo, crudo, dopo averlo amalgamato.
Aneddoto:
In relazione ai peperoni imbottiti – tradizionali nella nostra zona – gli anziani del paese raccontano che i Sanlupesi (in dialetto laurentino “Sànte Lepàre”. abitanti del vicino paese di San Lupo), d’estate, avevano l’abitudine di lasciare i peperoni imbottiti sul davanzale fuori dalle finestre per tutta la notte, per farli raffreddare. I Laurentini allora si recavano nottetempo a San Lupo, presso le case che sorgono alle pendici del paese, e si andavano a mangiare i peperoni dei Sanlupesi.
Cosa bere:
La bevanda da associare ai peperoni imbottiti è senza dubbio una buona birra fredda.
Buon appetito!
La foto pubblicata è di Lorenzo Ferrara.

 

Conferenza e presentazione libro di Cicchiello

Il giorno 12 maggio alle ore 19:00 presso la Sala Polifunzionale in via Santa Maria a San Lorenzo Maggiore
LE ACLI nell’ambito dell’ANNO PAOLINO organizzano una conferenza sul tema

“San Paolo Servo e Apostolo di Gesù Cristo”

Introdurrà i lavori:

  • prof. Ennio Cicchiello.

Interverranno:

  • dott. Sergio Tanga, presidente provinciale delle ACLI;
  • S.E.Mons. Michele De Rosa, Vescolo della Diocesi di Cerreto-Telese-S.Agata dei Goti;
  • a seguire, la preside Assunta Fiengo presenterà il libro:
    Poesie della Protesta di Ennio Cicchiello.

Moderatore:

  • Don Pino Di Santo, parroco di San Lorenzo Maggiore
 

Quattro brillanti

Cielo nuvoloso
Il giorno 4 aprile veniva tradizionalmente definito come “quattro brillanti”. Si credeva che le condizioni meteorologiche di tale giorno erano destinate a permanere per quaranta giorni
Se pioveva, quindi, il 4 di aprile, doveva piovere per quaranta giorni; se in tale giorno c’era il sole, ci sarebbero stati 40 giorni di tempo sereno. Da questa credenza deriva il detto popolare “Quàtte brillànte, giorni quaranta”.
Si ricordava anche che «marzo» aveva prestato alcuni giorni (7 giorni?) ad «aprile», forse per mitigare, emendandole, la previsioni formulate sulla base delle condizioni meteorologiche del 4 aprile.
La foto pubblicata è di Lorenzo Ferrara.

 

L’ rùcele

Cerchio di botte
L’ rùcele era costituito da un cerchio di ferro che poteva essere sia un cerchio di botte, sia l’orlo di ferro di una bacinella di rame (che si chiamava cónca)
Veniva fatto rotolare lungo le strade usando un’asta di ferro (chiamata angenètte1, cioè “piccolo uncino”) lunga circa 40 cm che portava all’estremità un uncino sagomato in modo da poter accogliere l’ rùcele in tutta la sua larghezza, così come illustrato nella figura grande in questa pagina.
Rucele
L’ rùcele poteva avere larghezza variabile: se era un cerchio di botte, era largo circa 3,5 cm, se era l’orlo di ferro delle bacinelle di rame, aveva una larghezza di circa 1,5 cm.
Usando quest’asta di ferro, era possibile spingere e guidare l’ rùcele facendolo girare verso destra o verso sinistra, anche correndo.
Questo gioco era pure un espediente per non rendere noiosi i tragitti verso i centri abitati vicini, compiuti a piedi seguendo il percorso delle strade (che venivano chiamate vìa nòve).
Si camminava o si correva facendo rotolare l’ rùcele lungo ‘l passiatùre (ossia una delle due tracce impresse dalle ruote dei carri lungo le strade ricoperte di pietre2).
Insomma l’ rùcele non era semplicemente un gioco: era un pretesto per impegnare il tempo che trascorreva per compiere il tragitto. Non raramente, si chiedeva in prestito l’ rùcele per raggiungere, a piedi, un paese vicino.
Ringraziamo Romeo Ferrara per le notizie che ci ha fornito.

 


1 Nella nostra arbitraria trascrizione della pronuncia del dialetto laurentino, la “e” si pronuncia solo se accentata (“é” chiusa come nella parola “perché” oppure “è” aperta come nella parola “cioè”).
2 Le pietre che ricoprivano le strade avevano un diametro di circa 5-7 centimetri. Le rocce venivano ridotte a queste dimensioni da operai spaccapietre – chiamati appunto spàccaprètele – che venivano pagati a cottimo, in base ai metri cubi di pietre lavorate.
Nelle tracce delle ruote dei carri – che costituivano la carreggiata – si raccoglieva la polvere formata dalle stesse ruote dei carri che lentamente, ad ogni passaggio, consumavano le pietre che costituivano il fondo stradale. Tale polvere veniva spesso raccolta ed utilizzata per creare un impasto con altro materiale da costruzione da impiegare nell’edilizia.