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La terra dell’olio, San Lorenzo Maggiore

La terra dell’olio, San Lorenzo Maggiore

Graticola - stemma di San Lorenzo Maggiore Di primo mattino salendo la via Santa Maria, dopo aver lasciato la statale 372 telesina, appare l’abitato di San Lorenzo Maggiore. L’impatto con il paese è molto suggestivo: con maestosa verticalità si erge la Chiesa di San Lorenzo Martire e poco più distante, quasi contrapposto ad essa, adagiato su un alto costone, il borgo antico.

La chiesa, imponente e assai magnifica come la definisce, nel 1685, monsignore De Bellis, vescovo di Cerreto, conserva una notevole pala d’altrare del ‘700, raffigurante il Martirio di San Lorenzo, opera dell’artista locale Francesco Mazzacca; presenta una pianta a croce latina e al centro dei due bracci una cupola ottagonale, stucchi e decorazioni ottocenteschi. Lasciata la chiesa, quasi d’istinto ci si incammina per via Roma, forse attratti dalla sua ariosità o forse perché desiderosi di entrare nel cuore dell’abitato. Sulla destra la Taverna dove, nella corte interna, è ancora possibile individuare le stalle nelle quali si rifocillavano, già dal XV secolo, i cavalli in transito e quelli adoperati per il cambio della posta.

Più in là, sulla sinistra, le scuole elementari costruite, alla fine degli anni ’50, sul più basso dei tre livelli del giardino del Palazzo Carafa. Quest’ultimo, di forma irregolare, nella sua grossa mole racchiude tuttora il fascino di quella misteriosa vita che una nobiltà, ormai estinta, ha vissuto e sulla quale molte leggende popolari sono state costruite, mai del tutto smentite.

Là dove si restringe e termina via Roma si apre piazza Michele Antinora, a destra la vecchia sede municipale, dal lato opposto la torre civica e la fontana pubblica che, ricostruita dopo il terremoto del 1805 con un disegno neoclassico, presenta due paraste, un timpano spezzato, lo stemma del paese e una grossa vasca rettangolare che raccoglie l’acqua che sgorga da quattro mascheroni di pietra. Interessante l’arma del paese, la graticola e la palma del martirio, scolpita su uno scudo ancile accartocciato, squisitamente barocco, sormontata da una corona comitale, già stemma del feudo sotto i conti Carafa. In alto a strapiombo sulla piazza le case del borgo antico.

Segue dopo la stretta via Municipio, aprendosi gradualmente, il largo di Corte. Sul lato destro l’antico ospedale del paese, costruito verso la fine del 1600 dalla Rettoria della Chiesa del Santissimo Nome di Dio, per desiderio del duca Carafa che donò il suolo. Divenuto casa del Fascio durante il ventennio, è stato adibito ad asilo infantile nel 1949. La facciata, riprogettata negli anni ’30 dall’architetto Melchiado, presenta due lesene laterali e un frontone triangolare; l’ingresso, rialzato rispetto al livello stradale, è servito da due rampe di scale contrapposte. A fronte, con la facciata rivolta a mezzogiorno, la Chiesa del Santissimo Nome di Dio, già dall’Annunciazione, fondata nella seconda metà del XVI secolo. La pianta a tre navate è scandita da quattro pilastri ottagonali, due dei quali, quelli più vicini all’ingresso, presentano acquasantiere di notevole pregio scultoreo. A capo della navata centrale, coperta da una capriata lignea, un prezioso altare in marmo di Vitulano; nell’abside, sul coro, una tela raffigurante Gesù tra San Lorenzo e San Rocco, opera dell’artista napoletano A. Pagliara. In entrambe le navate laterali vi sono le tombe seicentesche della famiglia Paolella. Nella navata destra, dell’omonima cappella, la Madonna della Sanità. L’antica scultura lignea, che la tradizione vuole gemella all’Assunta di Guardia Sanframondi e proveniente dalla Chiesa di Santa Maria di Limata, è legata a essa anche da un comune destino: la sostituzione delle braccia legate al tronco con arti posticci e l’aggiunta di panni serici sugli abiti scolpiti necessari per impreziosire e coprirla secondo il gusto settecentesco. Oggi siffatte figure sono indicate come Madonne a quattro braccia. Toccante è la manifestazione del Venerdì Santo, quando da questa chiesa, muovono e percorrono le vie del paese, portate a spalla, le statue dell’Addolorata e del Gesù morto accompagnate in processione da centinaia di battenti, con lunghe tuniche e cappucci bianchi, che con la disciplina, fatta di anelli e piastre metalliche, si percuotono la schiena in segno di penitenza, e da tutto il popolo che intona canti tradizionali della passione. A dominare la piazza è l’elegante cancello neoclassico, che come una preziosa quinta teatrale apre la scena allo spettacolare Palazzo Cinquegrani. Le piccole case a schiera di via Pendino, costruite nel secolo scorso dalla famiglia Cinquegrani per i coloni delle loro terre, offriranno sicuramente un prezioso spaccato di vita contadina.

Al borgo antico plasmato sul naturale andamento del terreno, nel punto in cui le estreme propaggini di Toppo Belvedere e Toppo Croce, ramificazioni terminali dei monti del Matese, interrompendosi bruscamente formano un baluardo naturale di difesa, si accede ancora alle quattro porte dette: dei Giudei, Valle, Forte e Cornicelli. Le rampe di scale, che le attraversano, si insinuano tra le case digradanti a cascata, con un andamento sinuoso e a volte tortuoso, sbucando in slarghi improvvisi o incredibili strettoie. E poi portici, archi e sovrappassi si inseguono in suggestivi chiaroscuri. E dove la cortina di case si interrompe appare la serenità dell’orizzonte. Forse la stessa tranquillità che i profughi di Limata, stanchi delle continue incursioni barbariche, trovarono qui, lontani dalla via Latina, intorno al fortilizio longobardo, rimontando alle nuove case i portali smontati dalle abitazioni del vecchio paese, sui quali preziose chiavi di volta ancora conservano iscrizioni bizantine, simboli ebraici e figure medio-orientali. E lo sguardo non potrà non perdersi sulle pietre, incastonate l’una sull’altra, di questo antico borgo, dove molta storia è passata. Nel 1151 San Lorenzo è notato nel feudo normanno di Guglielmo Sanframondo. Passato nel 1217 a Raone de Limata, con Carlo d’Angiò la signoria del castrum di San Lorenzo divenne indiviso al Milite Hugone de Lica e a Thomasio de Aquino. Dal 1317 ritorna tra i possedimenti della famiglia dei Sancto Flaymondo del contado di Cerrito. Il 16 settembre 1469, con Ferrante I, re di Napoli, il feudo passa a Diomede Carafa, già conte di Maddaloni. San Lorenzo rimarrà ai Carafa fino all’abolizione della feudalità, il 2 agosto 1806. Continuo è stato, tra il XV e il XIX secolo, lo sviluppo urbanistico del paese, per l’incremento di nuovi insediamenti extra moenia, che lentamente ma progressivamente ha visto crescere intorno al borgo antico una nuova corona di palazzi gentilizi, modeste abitazioni ed edifici di culto, che ha inglobato non solo il borgo antico, privandolo di quel carattere peculiare di cittadella fortificata, ma anche la Chiesa Madre, rimasta fino al secolo scorso isolata dal centro abitato. Molte le tradizioni tramandate, tanti i racconti orali. Ma la storia più viva, intrecciata a doppio filo alla memoria del pese e alla vita di ogni singolo Laurentino, è quella legata a un’icona cretese bizantina, venerata con l’appellativo di Maria Santissima della Strada. La tela, che nella sua millenaria storia si è vista trasferire dal Regio Demanio, nel secolo scorso, anche nel Museo Nazionale di Napoli, fu ritrovata nell’XI secolo, come racconta la leggenda, in una cappelletta, di cui si era persa memoria, nei pressi della via Latina, là dove il torrente Ianare confluisce nel fiume Calore. Ben visibili sono i segni di una antica devozione alla Madonna Bruna nella chiesa e nel convento a lei dedicati.
“La terra dell’olio, San Lorenzo Maggiore” di Vincenzo Di Donato. Tratto da “Campania Felix – Ottobre 1997 numero 17, pagina 4”
 

San Lorenzo Maggiore – Il borgo antico, memoria storica di un intero millennio


Sicuramente è tra i più caratteristici ed interessanti centri storici di questa parte di Sannio, che dai monti del Matese degrada verso la valle telesina. Discretamente conservato, nonostante l’inevitabile abbandono, racchiude segni inconfutabili di un illustre passato.

Di difficile datazione la sua fondazione, ma certo è lo sviluppo del suo primo nucleo intorno ad un fortilizio longobardo chiamato “il Forte”, dove i profughi provenienti da Limata trovarono più sicuro rifugio. Denominato in molti documenti come Casale, per l’assenza di un vistoso castello, in altri invece, è identificato come Castrum, termine spesso usato a denominare fortezze erette in località dominanti. E proprio a sud del Toppo Belvedere si sviluppò il primo insediamento. Spettacolare infatti è il panorama che domina tutta la valle del fiume Calore. Diverse le strade che portano all’antico borgo, la maggior parte gradinate, quattro le porte d’accesso: dei Giudei, Valle, Forte e Cornicelli. Interessante è la sua conformazione urbanistica per la presenza di costruzioni domestiche, concatenate l’una all’altra, sulle estreme propaggini del Toppo Belvedere e del Toppo Croce, che interrompendosi bruscamente verso sud formano un baluardo naturale di difesa. Incredibile lo strapiombo su Largo Cloache, dove per secoli sono stati versati rifiuti ed escrementi biologici, per il quale più che mai è valida la massima del nomina sunt consequentia rerum.


L’intuizione di adattarsi ad un forte costone, se pur per una mera esigenza di difesa, plasmando le case alla naturale orografia, senza violenze sul territorio, ci offre oggi un notevole e particolare patrimonio architettonico nel quale è possibile leggere preziosi segni di storia di un intero popolo, i laurentini. Segni fatti di pietre, di ingegneristici sistemi costruttivi dove la tecnica e la tenacia sono stati saggiamente combinati con il pieno rispetto di una natura a dir poco difficile. A guardare molti di questi portali, sicuramente smontati nel vecchio paese di Limata, rimontati poi su queste abitazioni, non si potrà non notare quale incontro di culture abbia avuto la valle del Calore, intersecata dalla via Latina, e con essa Casale San Lorenzo. Interessanti iscrizioni bizantine, curiosi simboli ebraici e bizzarre figure orientali decorano le chiavi di volta di non pochi archi. Le numerose stradine gradinate, tutte lastricate di pietre bianche, scorrono vorticose tra le case digradanti, apparendo a ogni tratto diverse per i continui slarghi o incredibili strettoie. E’ difficile smarrirsi tra le case del borgo, ma è facile rimanere sorpresi da quanta e tale vita sia trascorsa tra le sue mura domestiche, sulle quali piccole finestre sembrano sussurrare la storia di ogni singolo abitante. E se la storia di un popolo è legata alla sua capacità di memoria, tra dette pietre sono racchiusi preziosi documenti di vita, di tecnica, di arte e di cultura.


Tutto è stato costruito con cura, nulla è stato lasciato al caso, tutto è stato pensato: tutto deve essere salvaguardato, senza stratagemmi privi di accreditate chiavi di lettura. Gli slanci di improvvise intuizioni possono provocare danni irreparabili non solo ambientali e paesistici ma addirittura negare il diritto alla storia di essere letta in tutti i suoi poliedrici aspetti. E la storia di un popolo, capace di esprimere e sintetizzare una cultura empirica, in questi poveri materiali, frutto di dure esperienze e sopratutto acquisita in un intero millennio non può essere affrontata semplicisticamente con il desidero di fare, senza dovute pause di riflessione e momenti di confronto. Bisogna ridare un senso a tutte quelle pietre incastonate l’una sull’altra, prima che perdano per sempre il loro valore storico e cadano. Sicuramente non imponendo modelli e metodi di vita oramai poco praticabili. Un sano recupero di tutte le unità abitative, nel pieno rispetto della storia, ed un corretto uso di tutto il patrimonio architettonico, anche e sopratutto per un uso turistico potrebbe creare non solo attività produttive ma essere un sicuro stimolo culturale per tutto il territorio, dove il “Castrum S. Lorenzo” potrebbe esserne la vera roccaforte. Solo creando nuove condizioni di crescita, principalmente con un continuo scambio intellettivo ed esperienze sedimentate, si potrà recuperare tutta la memoria storica sopita vera “anima” del presente e sicura guida del futuro. Solo attraverso una sistematica sensibilizzazione ed un recupero pensato si potrà prevenire ulteriori distruzioni di preziosi capitoli di storia, come quelli sgretolati e caduti, come gli “antichi liquami” su Largo Cloache, per la mancanza di manutenzione, il 17 aprile 1994.
“San Lorenzo Maggiore – Il borgo antico, memoria storica di un intero millennio” di Vincenzo Di Donato. Tratto da “Segnali – Anno XI n9 22 marzo 1997, pag. 13”.